brexit

by Domenico La Tosa

Sono passati alcuni giorni dal referendum (Brexit) che ha sancito la volontà popolare dei cittadini della Gran Bretagna di uscire dalla Unione Europea. Come per tutti gli eventi di una certa importanza, i media di ogni tipo hanno pompato la questione fino allo spasimo al punto che anche persone che fino al giorno prima nemmeno sapevano la differenza fra Gran Bretagna e Bretagna si sono schierate contro l’uscita dell’Inghilterra.

I media Italiani così come quelli europei si sono schierati in massa a favore del “Remain“: in caso di uscita, questi hanno prospettato scenari più o meno catastrofici, dall’Europa che ricasca nel giogo secolare delle guerre (come se adesso fossimo in tempo di pace) alle leggi razziali spinte da nuovi nazionalismi. Il meglio, ovviamente, l’hanno dato gli economisti ed i media di informazione economica mainstream secondo i quali, in caso di vittoria del “Leave“, la crescita dei paesi europei sarebbe a rischio (c’è una crescita economica registrabile in Europa?), il peso dell’EU come “potenza commerciale” nel mondo verrebbe meno, orde di cavallette, piogge di meteore e così via. Il fatto che gli economisti in questione lavorino per società di consulenze interessate a fornire una descrizione “personalizzata” della realtà dei fatti, ed il fatto che nel migliore dei casi i giornalisti di economia scrivono i loro articoli ricopiando i memorandum delle fonti precedentemente descritte (si, è così), pare non dare fastidio a nessuno nè far suonare alcun campanello d’allarme. Va bene.

Conosco personalmente centinaia di persone che, dal giorno dopo l’esito del voto, hanno iniziato a piangere il morto senza alcun motivo, presi dall’ondata emotiva collettiva, e spesso senza la minima cognizione di causa di cosa “il morto” effettivamente comporta o non comporta. Qui di seguito, cerco di spiegare esattamente quali saranno gli effetti del BrExit sull’Unione Europea, sulla nostra vita corrente e così via, iniziando magari da una personale decodifica delle ragioni del voto.

BrExit: l’Inghilterra nuova potenza del nazionalismo omofobo becero ignorante di vecchi malvissuti?

No. Decisamente no.

Sono sicuro che tutti voi avete visto (e magari condiviso) mille volte la seguente griglia

Ecco. Iniziamo da questa arma di disinformazione di massa. Molti di voi – forse tutti a parte un pugno ristrettissimo di colleghi e studiosi di economia e diritto europei – hanno tratto da questa griglia la conclusione ormai talmente matura e consolidata nella doxa da finire seduta stante nei libri di storia: hanno vinto i vecchi, peraltro quelli che vivranno meno la decisione in quanto anziani e data la loro aspettativa di vita.

Statistiche alla mano, questo campione dell’elettorato è anche quello con il minore livello di alfabetizzazione – quindi vecchi ed ignoranti. Visto che in Inghilterra c’è l’UKIP, poi, questi elettori magari sono anche omofobi, nazionalisti (non “patriottici” ma “nazionalisti” come scrivete voi tutti, ed almeno quelli di voi che hanno studiato scienze politiche dovrebbero conoscere la differenza abissale fra i due termini) e fascisti oppure retrogradi o entrambe le possibilità congiunte.

Mi permetto di offrirvi il punto di vista di una old soul: i “vecchi” di cui sopra hanno votato in tal modo perchè, non essendo nati e cresciuti nel brodo culturale che osanna la UE anche davanti ai suoi peggiori fallimenti, detengono alcuni segreti di Pulcinella, ovvero:

  • sui circa 200 paesi dell’ONU, circa 170 vivono fuori dalla UE e stanno benissimo – inclusi tantissimi Stati africani, i cui tassi di disoccupazione sono inferiori alla media europea, tanto per dire;
  • non hanno avuto di fatto benefici dall’ingresso nella UE, che nel caso dell’Inghilterra è sempre stato più formale che sostanziale;
  • la mobilità di genti, beni e servizi fra gli Stati è sempre esistita, anche prima della UE – sembra incredibile ma con un passaporto si riesce a viaggiare anche nei paesi che non appartengono all’area Schengen/EU. Non è incredibile?
  • gli accordi internazionali bilaterali e/o collettivi sono sempre possibili (sono usciti dalla UE, non hanno abolito il parlamento nè la capacità di legiferare, anzi).

I giovani invece, ovvero quelli che secondo i polls hanno votato più a favore del Remain, hanno un punto di vista molto diverso. Voglio specificare che, in accordo con la definizione dell’ISTAT, per giovani si intende dai 18 ai 24 anni. In questa fascia d’età c’è una netta prevalenza del Remain ma, con tutto il rispetto, quella è anche la fascia di popolazione che del mondo e della vita ne sa meno: nella migliore delle ipotesi si tratta di persone con un’istruzione superiore appena maturata, che vive di mini jobs in una stanza da 15 metri quadrati ed in casa con altre 6-7 persone e che in buona parte hanno ancora una percezione molto parziale dell’esitente – nel migliore dei casi, una percezione data dai laureifici che stanno frequentando. Per avere delle conferme, chiedete lumi al campione demografico che viene subito dopo quello dei giovani, ovvero quello composto di persone dai 25 ai 49 anni.

Queste persone hanno già esaurito la spinta giovanile del cambiamento presunto – quella immotivata “speranza nel futuro” cavalcata dai policy maker che propongono giorno dopo giorno legislazioni sempre più dannose per i diritti dei lavoratori e per i servizi essenziali. Chiedete a loro, che – in Inghilterra – spesso sono coinquilini di chi appartiene al precedente campione demografico visto che, nonostante l’istruzione superiore ed i 20/30 anni di esperienza nel loro ambito lavorativo, ancora faticano a vivere dignitosamente e/o non gli si prospetta un futuro roseo visto che ogni mese spendono per vivere, in media, più di quanto incassano. Voglio precisare, prima che giudizi morali di stampo gesuita vi assalgano la mente, che solitamente questa situazione si presenta non quando si “vive al di sopra dei propri mezzi” ma quando gli stipendi non sono adeguati al costo della vita – ovvero quando lo Stato non fa ciò che dovrebbe in termini di politica economica. All’interno di questo campione demografico si guarda un pò meno alle promesse ed un pò più al conto in banca ed alle spese correnti, infatti il fronte del Leave qui è molto più marcato. I votanti dai 50 ai 64 anni, poi, invertono totalmente il trend e si confermano a maggioranza Leave, a dimostrazione che le speranze ed i dubbi lasciano il posto ai fatti.

Piccola nota a margine dell’analisi puramente elettorale: a dimostrazione della non onestà di larga parte dei mezzi di informazione, stanno spuntando come funghi interviste a persone che, dopo aver votato il Leave ed aver visto il risultato, col senno di poi, cambierebbero il loro voto. Un’operazione f.u.d. di questo tipo non lo si vedeva dai tempi delle – inesistenti – armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.

Vanno sottolineate poi dichiarazioni di personcine perbene del calibro di Mario Monti – “David Cameron ha abusato della democrazia”, La Stampa del 18 Giugno 2016. Monti, già commissario europeo non eletto in alcuna elezione democratica e successivamente presidente del consiglio italiano non eletto in alcuna elezione democratica, non perde mai l’occasione di rilasciare stilettate reazionarie del genere. Il tutto, però, sempre con un tono pacato ed educato, come un nostrano Ben Carson. Immaginatelo pronunciare le stesse parole ma rasato a zero e con un giubbotto di pelle, vi sembrerà un personaggio di American History X. A quel punto contenuto e contenente coincideranno.

Gli effetti principali del BrExit

Quasi nessuno. Sul serio.

E la svalutazione della Sterlina? Ovvio che si, tale evento si è già verificato e durerà probabilemente ancora per qualche settimana a parità di fattori. Chi ha asset in Inghilterra li sta vendendo – direi moderatamente a giudicare dall’andamento del cambio con l’Euro, sceso di solo il 5% circa – mentre i più scaltri e ben informati aspettano di arrivare vicino al punto di minimo per comprare a basso costo e guadagnarci con la rivalutazione – mentre voi tremate per “la fine dell’Europa” e non vi occupate del significato della busta arancione dell’INPS che è arrivata recentemente a casa.



Ed il potere d’acquisto della Sterlina? E la moneta debole che andrebbe a detrimento di “vedove ed orfani”? Questa retorica da bar è sempre molto stimolante, se non fosse che mina alla base lo sviluppo economico e sociale delle nazioni europee da generazioni ormai. La svalutazione di una data moneta sul mercato estero (= la Sterlina che vale meno nel cambio con un’altra valuta, ad esempio l’Euro, o il Dollaro) non ha nulla a che vedere con il potere d’acquisto che tale valuta detiene all’interno dell’economia considerata. Anzi, di solito a parità di fattori l’effetto del brevissimo periodo (= svalutazione della Sterlina sul mercato internazionale dei cambi) fa sì che nel medio periodo si verifichi un aumento delle esportazioni (perchè i beni denominati in Sterline sono diventati relativamente più economici sul mercato internazionale dei beni) e di conseguenza si verifica un apprezzamento del potere d’acquisto della valuta nell’economia domestica (= la Sterlina nel Regno Unito vale di più).

E tutti gli uffici di rappresentanza della GB nelle sedi comunitarie e viceversa? Che fine faranno? Beh, le istituzioni comunitarie sono piene di uffici di rappresentanza di paesi non membri della UE. Potrebbe esserci un ridimensionamento, ma non ci conterei. La cultura politica internazionale dell’Inghilterra è da sempre imperniata sul ruolo del Foreign Office e non chiuderanno quegli uffici di rappresentanza per risparmiare solo un paio di milioni di Sterline all’anno – loro non hanno Padoan, l’amministratore di condominio. Ed anche se sparissero, a te che cambia?

E che ne sarà di tutte le convenzioni, le regole, i protocolli, gli standard produttivi comuni? Qui ci si addentra in un campo fitto di possibilità. Sono tantissime le variabili e gli attori in gioco ma la prospettiva più verosimile è quella che vede la Gran Bretagna integrare le fonti comunitarie nel loro ordinamento in larga parte – come fanno molti altri paesi europei, ad esempio il Vaticano. La Gran Bretagna è stata nella Comunità Europea e poi nella UE per oltre 30 anni. In quei 30 anni la Commissione ha varato un numero di provvedimenti così grande che probabilmente soverchia ampiamente il numero di Act e di sentenze normative prodotti dai tempi della Glorious Revolution ad oggi. Riscrivere, riformulare e/o modificare tutte quelle norme richiederebbe il lavoro a tempo pieno di tutti i giuristi del Regno Unito per anni ed anni. Ecco perchè lo scenario più verosimile è il recepimento più o meno integrale delle norme già esistenti – nonchè di quelle a venire per un lasso di tempo probabilmente lungo. Ed anche se ci fosse un radicale mutamento dei rapporti del diritto inglese con quello europeo, a te che cambia?

Ed il ruolo dell’intera Europa nel commercio internazionale? Non ne esce indebolito? Perchè il ruolo commerciale dell’Unione Europea esca indebolito dal BrExit, il blocco europeo dovrebbe prima di tutto avere un ruolo nel commercio internazionale. Non si può perdere qualcosa che non si ha. Uno dei mantra più diffusi negli ultimi 40 anni è che l’Europa, senza barriere doganali interne, sarebbe diventata una potenza commerciale tale da poter competere con i colossi mondiali – all’epoca Russia e Stati Uniti. La “profezia” – perchè così si chiamano certe affermazioni, le “previsioni” e le “stime” sono cose per gente seria – non si verificò, allora il mantra mutò in “ci vuole anche l’unione monetaria”. E giù di unione monetaria, circuito europeo delle banche centrali e così via. Neanche in questo caso ci fu un riscontro empirico. Al momento l’Unione Europea vale in termini di commercio mondiale circa 1%. In compenso, il commercio intra-europeo è stato stravolto da queste due “riforme”, e vede la Germania esportare i suoi prodotti a basso costo a tutto il resto d’Europa, mentre nel resto d’Europa si licenzia proprio perchè costa meno comprare dalla Germania invece che produrre in loco. Complimenti.

Non state ragionando con la vostra testa

Qualcuno di voi ricorda il Black Monday del 1987? Le Borse di mezzo mondo crollarono dal 47% al 22,5%. Il fenomeno coinvolse capillarmente i mercati di Australia, Stati Uniti, Hong Kong, Canada e Gran Bretagna. Fu uno dei più estesi e pericolosi crolli finanziari della Storia moderna. Che voi sappiate, abbiamo forse visto 3 milioni di morti di fame a Toronto sepolti in fosse comuni? O 32 milioni di americani affogati mentre tentavano sui barconi di fuggire in Europa? Hong Kong è oggi una discarica dove vendono banane e mangiano umani?

No. Continuate a leggere.

Il problema non è esclusivamente l’Europa – non in questo caso

Leggete questo paragrafo attemente. Qui si svela il movente.

Nel caso dell’Inghilterra, l’Unione Europea c’entra poco. Come si può notare dal grafico che segue, l’Inghilterra ha avuto negli ultimi 40 anni:

  • lunghi periodi di disoccupazione di massa – peraltro calati solo in prossimità di bolle speculative, non per effetto di politiche occupazionali;
  • stipendi stagnanti;
  • politiche pubbliche ridotte all’osso (assistenza sanitaria, servizi al cittadino, investimenti in istruzione, politiche del lavoro);
  • un degrado generalizzato della qualità della vita.

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source: tradingeconomics.com

 

Tutte queste condizioni sono certamente correlate ai vari effetti negativi delle politiche comunitarie, ma non esclusivamente. L’Unione Europea non aveva i poteri che ha adesso quando, alla fine degli anni ’70, venne eletta Margaret Tatcher. La Tatcher, non un Van Rompuy o un Trichet o un Draghi, ha privatizzato le eccellenze industriali inglesi quasi a prezzo di magazzino. Sono stati lei ed i membri del suo gabinetto ad abbassare la tassazione sulle imprese, finanziandola con pesanti tagli ai servizi dei cittadini. Macelleria messicana su una intera nazione. Altro che la corruzione e le buche di Roma.

Dopo la Tatcher, poi, furono Blair e le sue “riforme” (la parola vi dice nulla?) a mettere ulteriormente in ginocchio gli inglesi, accentuando quella polarizzazione della società che ha creato in Inghilterra uno strato di super-ricchi opposto ad una spessa e larga base di super-poveri. È stato Blair a tagliare con la scure i finanziamenti all’istruzione pubblica, accentuando il degrado e rendendo più difficile l’abbattimento delle barriere verso l’altro fra persone provenienti da ceti sociali bassi e tagliando le gambe a tutti quelli che non possono permettersi di spendere quasi 30k sterline all’anno per un’istruzione superiore.

Quindi, in definitiva, se gli inglesi vogliono cambiare qualcosa ed uscire dalla cloaca economica e sociale in cui si trovano da decenni, devono prima rinunciare al loro vizietto di votare, ad ogni elezione, i peggiori ceffi in circolazione.

BONUS TRACK: chi sono gli UNICI ad averci perso dei soldi nell’esatto momento del BrExit?

Siete tutti terrorizzati per eventuali guerre, crolli dei mercati, svalutazione, povertà e cose del genere che non vi siete accorti che i vostri portafoglio sono esattamente come prima (vuoti). Ma allora chi ci sta perdendo con la Bretix?

La risposta è: 400 investitori fra i più ricchi del mondo – non semplici investitori.

Tu NO.

C’è un indice di Bloomberg, l’agenza internazionale di informazione finanziaria, che si chiama “Bloomberg Billionaire Index” e tiene traccia dell’andamento dei portfolio titoli della crema degli investitori. Come potete vedere dal seguente grafico

brexit-wealth

 

questi facoltosi individui sono gli unici, finora, ad averci perso nel BrExit.

Perchè vi sia chiaro, una volta per tutte: ogni volta che ascoltate in un tg un commento negativo sul BrExit, una presunta “stima delle perdite”, ogni volta che qualcuno agita uno spauracchio di miseria in un articolo del Sole 24 Ore che parli dell’argomento. In tutti questi casi si tratta solo di paura proiettata. La paura è di quei 400 super ricchi e di gente come loro, che rischiano di perdere realmente la loro ricchezza. Voi, però, siete gli esecutori della loro strategia di difesa. Una capillare e (quasi) sempre efficace strategia di difesa. Voi siete stati coltivati così tanto con l’idea “europeista” di “fratellanza” e “futuro” che anche se non ci guadagnate nulla, anzi ci perdete, e ne conoscete nella migliore delle ipotesi solo superficialmente la struttura economica e giuridica, difendete tale modello strenuamente, vi sentite frustrati quando viene a mancare, formulate giudizi così tanto vuoti da essere risibili. Come in una sindrome di Stoccolma dove voi vi preoccupate per le eventuali perdite dei super-ricchi (laddove voi arrivate sempre a secco alla fine del mese, avete un lavoro instabile, vi è stato detto chiaramente che non avrete una pensione ma pagate fior fior di contributi e tasse).

Voi, persone normali, non esistete per questa gente, nè per i vostri governi che vi si abbeverano, nè per i vostri mezzi d’informazione. Siete solo degli strumenti di difesa. Prima capirete ciò, meglio sarà per tutti noi. Me incluso.

Fonte: Bloomberg

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